Vietato dire padre e madre, vietato dire patria, vietato usare il maschile e il femminile, vietato parlare come le persone parlano da sempre. Tutto in nome di un’“uguaglianza” imposta dall’alto, finanziata con milioni di euro pubblici e presentata come condizione per essere considerati “civilizzati” e potenzialmente membri dell’Unione europea.

Quando il linguaggio diventa un obbligo politico e non più uno strumento libero, non stiamo facendo passi avanti, stiamo arretrando.

Neutralizzare il linguaggio non rende il mondo più giusto. Lo rende solo più povero, più confuso, più controllabile.

L’inclusione non si costruisce cancellando le identità, la storia, le radici.
E la libertà non ha bisogno di manuali ideologici per essere garantita.